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Strutture Fortificate Messinesi









Strutture Contemporanee


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I NUOVI FRONTI FORTIFICATI: IL FRONTE A MARE ED IL FRONTE A TERRA

Agli inizi degli anni trenta del 900, la mutata tecnologia e lo sviluppo di nuove artiglierie navali a lunga gittata, insieme all’approntamento di nuove strategie di attacco combinato da mare, terra ed aria, stimolò la progettazione e la costruzione di nuovi sistemi fortificati, sia costieri che interni. Considerando anche l’acuirsi dei rapporti internazionali, prese sostanza un piano di potenziamento delle difese costiere, con l’acquisizione da parte del Demanio di aree destinate ad ospitare nuove batterie di artiglieria antinave ed a doppio compito (antinave ed antiaeree) permanenti. Nascevano così i nuovi fam - fronte a mare, che di fatto sostituivano o integravano al loro interno i vecchi sistemi costieri, tecnicamente del tutto inidonei a partecipare attivamente ad una guerra moderna, che contemplava già dal 1911 l’utilizzo della nuova arma aerea (tra dirigibili ed aerei) quale strumento principale di avvistamento ed offesa, e successivamente anche di nuove ed efficaci tecniche, mezzi e personale specializzato per sbarchi anfibi ed aviolanci in un qualsiasi punto della costa ed in qualsiasi luogo. Era dunque impensabile mantenere i vetusti e superati sistemi antinvasivi di fine 800 per la difesa di piazzeforti ed altri luoghi di importanza militare, ed è altresì non corretto nonché sintomo di scarsa conoscenza del settore, sostenere oggi che essi rappresentino l’ultimo sistema difensivo della Piazza di Messina.
La presenza del nuovo fronte a mare era previsto per le piazzeforti, porti o zone particolarmente sensibili. Si trattava essenzialmente di una linea fortificata (In realtà nel caso della Piazza di Messina/Reggio C., che presidiava un’area contraddistinta da una particolare morfologia quale quella dello stretto, furono approntati  due fonti a mare contrapposti, dislocati uno per sponda) composta da una serie di batterie di artiglieria permanenti (molto più efficaci rispetto a quelle armate nelle vecchie batterie) di varia natura, ovvero costiera o doppiocompito, dislocate a seconda dell’ esigenza, della funzione ed in base alle indicazioni dei manuali tecnici, a varie quote e distanze dalla costa. Le nuove batterie coadiuvate da appositi osservatori, ubicati principalmente alle estremità dello stretto, così come tute le opere di nuova generazione, valorizzavano al massimo il risparmio di materiale, la celerità di costruzione, il mascheramento delle strutture ( piazzole, osservatori, centrali di tiro, ecc). Tali elementi puntiformi dotati di artiglierie con sistemazione "in barbetta" (scoperte) erano dunque certamente più economici, funzionali, ben mimetizzati e quindi difficilmente individuabili, poiché concepiti in netto contrasto con le vecchie opere ottocentesche, che nel caso di Messina ( i cui limiti della Piazza autonoma andavano da Capo Alì a capo Rasocolmo) così come in molti altri, furono edificate con grande dispendio di denaro pubblico, senza però essere mai utilizzate rispetto agli scopi per le quali erano state edificate, fatta eccezione per sporadiche azioni nel primo conflitto mondiale contro incursioni sottomarine nemiche di poco conto, che tuttavia non ne giustificarono l’edificazione, poiché esse erano vetuste già durante e pochi anni dopo la loro messa in opera. Dopo la sostanziale mancata attività bellica le vecchie batterie furono utilizzate per tiro di istruzione negli anni precedenti la guerra, oppure  in qualità di strutture alla prova, riconvertite a depositi munizionamento e materiale ed armate con artiglierie più moderne di varia natura (in alcuni casi furono riarmati gli obsoleti mortai da 28 cm) nel secondo conflitto mondiale.
Di contro le nuove batterie di artiglieria sono generalmente organizzate su quattro (standard) piazzole circolari in calcestruzzo in barbetta di vario diametro (a seconda del calibro del pezzo), molto semplici dal punto di vista costruttivo. Sono infatti costituite da un parapetto o bordo circolare, dotato sul lato di gola, di ricoveri munizionamento di pronto impiego, costituiti o da semplici vani o da locali ipogeici. Al centro vi è il basamento circolare in cemento sul quale poggiava mediante perni prigionieri, la piastra che sosteneva l’affusto sul quale era incavalcato il pezzo. In questo modo l’arma poteva essere facilmente regolata nel brandeggio a seconda delle necessità.
La scelta circa l’allocazione delle batterie, era studiata in base a tutta una serie di variabili. Nel caso di Messina si è sfruttata la morfologia del territorio, posizionandole o sulla fascia costiera o in massima parte sulla dorsale spartiacque dei Peloritani, che conferiva ad alcune di esse il controllo contemporaneo di entrambi i versanti jonico e tirrenico.  La dislocazione delle piazzole è generalmente “scalata in quota”  tipo nave da guerra, per facilitare il telemetraggio, ma ciò dipendeva anche dalla tipologia di settore da controllare nonché dalla morfologia del territorio sul quale sorge la batteria. La direzione del tiro è invece posta il più delle volte in posizione arretrata ed elevata, tale da dominare l'intero schieramento d'artiglieria. Alla funzione delle batterie contribuivano tutta una serie di strutture di servizio, quali alloggi, corpi di guardia, ecc, proprie dei presidi fissi gestiti dalla MilMArt (Milizia Marittima di Artiglieria, dalla R. Marina o dal R. Esercito oppure da personale interarma.
Importante la tecnica di mascheramento e mimetizzazione, basata sulla verniciatura con colorazioni policrome delle piazzole o l’aggiunta di teli coprenti, incannucciate, roccia locale ecc. Il nuovo fronte a mare insieme al fronte a terra, seppur ivi del tutto sconosciuto e non considerato, rappresenta di fatto l’ultima fase di evoluzione dell’architettura militare in ordine cronologico e storico. Ovvero il risultato ultimo di secoli e secoli di continue trasformazioni delle tecniche difensive, in relazione alla crescente evoluzione di strumenti e tattiche di offesa.
Necessario e fondamentale al fine di chiudere il perimetro difensivo delle piazze marittime di una certa importanza sino a quel momento del tutto sguarnite, era il fat - fonte a terra. In corrispondenza di piazzeforti e porti strategici come Messina, Palermo, Milazzo, Giardini Naxos, Augusta- Siracusa ecc, si studiò questa tipologia di fronte difensivo, avente compiti specifici nell’ ambito della protezione della gola delle piazzeforti e relativi fronti a mare.
I fat vennero generalmente posti in opera molto tardi rispetto alle esigenze difensive, a guerra già iniziata (1941, la maggior parte nel 1942/43), ed erano costituiti da capisaldi delle FF.AA. muniti di opere campali e permanenti alla prova dette genericamente bunker, ovvero postazioni circolari monoarma, coadiuvate da piazzole controcarro (scoperte o protette) e piazzole tobruk (nidi di mitragliatrice) ecc. Tali gruppi di opere erano destinati a chiudere entro un perimetro fortificato le località da difendere a tergo, impedendo o ritardando la penetrazione nemica all’interno del nucleo.
La piazza di Messina fu dunque interessata dall’ edificazione del fat dotato di un significativo numero di opere di varia natura, erette principalmente nel periodo compreso tra il 1942 e l’estate del 1943. Si trattava di opere del secondo periodo, in cui vigeva salvo qualche eccezione di postazioni pluriarma, il criterio “monoarma” quindi una postazione - un'arma (per mitragliatrice, arma automatica o pezzo controcarro) resistente al piccolo (spessore dei muri di 60 – 70 cm) e medio calibro (100 cm), ed avente un numero variabile di feritoie a seconda del campo di tiro necessario, con possibilità di difesa a 240 o 360 gradi (a giro d’orizzonte). La funzione specifica era di controllo - difesa di una data area e nel contempo di protezione per gli occupanti, in concorso di fuoco con le altre postazioni. Anche qui importante era fondamentale il mascheramento attuato in vari modi (naturale, artificiale ecc), in alcuni casi le opere che dovevano sorgere in punti eccessivamente scoperti, erano edificate e mascherate da strutture civili (abitazioni, silos, capanni ecc).
Il fronte  a terra  di Messina dotato di un numero di opere superiore alle 40 unità (riferito solo ai bunker), avendo lo scopo principale di evitare o ritardare la penetrazione nemica nel territorio della piazza militare, fu distribuito, salvo i casi di posto di blocco costiero, in profondità dietro la linea costiera a controllo di valli, torrenti ed in capisaldi e sbarramenti stradali in zone più elevate, a difesa di altre opere fortificate o polveriere, depositi ecc. Anche il territorio al di fuori della piazzaforte di Messina era dotato di sistemi difensivi, generalmente costituiti da linee continue dotate di postazioni pcm (ancora oggi visibili), che si estendevano direttamente sulla spiaggia per svariati chilometri, mentre i centri e porti più importati come ad esempio Milazzo (non a caso detta la piccola Festung)  erano circondati da più linee fortificate che si estendevano dalle spiagge sino all’entroterra.

Il fat Messinese a differenza del fam, non fu utilizzato direttamente contro assalti nemici, poiché gli eventi bellici si presentarono nell’area dello stretto sotto forma di battaglia aeronavale, che dunque non interessò direttamente tali opere, se non per semplici scopi di presidio, necessario al controllo del territorio.

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